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“Aveva voluto morire, ma non come si vuole quando si è lontani dalla morte, bensì andandole incontro”. L’uso della terza persona è, in questo caso, il risultato di uno sdoppiamento narrativo, di un clivaggio spazio temporale che determina un andamento altalenante della memoria tra passato, futuro e presente. Quando María Zambrano, una delle più significative pensatrici spagnole del ‘900, si accinge a scrivere questa sua autobiografia, a L’Avana nei primi anni ’50, per rispondere ad un bando per opere di carattere autobiografico, lo fa unicamente spinta da pressanti esigenze economiche. L’opera non venne premiata e successivamente fu protagonista di una serie di rocambolesche vicissitudini editoriali fino agli anni ’80 dello scorso secolo quando venne pubblicata con una introduzione della stessa Zambrano. Il libro appare interessante per un duplice motivo: da un lato chiarisce i motivi delle decisioni di vita e delle scelte politiche compiute dall’autrice che visse con particolare intensità emotiva la vicenda della Repubblica in Spagna, affrontando, successivamente nel ’39, i rischiosi disagi della fuga, dell’esilio e delle annose peregrinazioni, per altro verso definisce il percorso del suo pensiero che vaga nei territori accidentati della filosofia del pieno ‘900. Ma non mancano nel libro accenni di sociologia urbana, di psicologia e di analisi esistenziale, realizzandosi attraverso una serie di confessioni che valgono come apertura all’altro, al mondo nel quale vuole radicarsi come in una certezza dell’esser-ci. Opera di grande importanza non solamente per la definizione della figura di questo grande personaggio della cultura europea del XX secolo, ma anche per gli spunti e le suggestioni per un’analisi della società novecentesca.
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